Gentile Direttore,
il Disegno di Legge sulle Prestazioni Sanitarie, nella sua forma attuale e con gli emendamenti finora approvati, non è una semplice riforma tecnica. È, piuttosto, una manovra che rischia di compromettere in modo serio l’integrità del Servizio Sanitario Nazionale, mettendo a rischio i principi fondamentali su cui si regge la nostra sanità pubblica: equità, universalità e solidarietà. Tra i punti più critici, l’obbligo per gli specializzandi di prestare servizio nei Pronto Soccorso, senza alcun incremento di risorse e con carichi di lavoro insostenibili, rappresenta una misura inaccettabile. Non si tratta di formazione, ma di sfruttamento. Utilizzare giovani medici come “tappabuchi” per colmare le falle del sistema è una scelta miope e pericolosa. Se, per di più, si sottraggono fondi al personale strutturato per far fronte a queste esigenze, il danno è duplice: si penalizzano i lavoratori e si compromette la qualità delle cure. Non è così che si costruisce il futuro della sanità pubblica. È così che lo si svuota, alimentando frustrazione e incentivando la fuga dal sistema. L’apertura sempre più ampia all’esternalizzazione delle prestazioni, attraverso cooperative, gettonisti o addirittura farmacie, rappresenta una vera e propria deriva privatistica. Questa strategia rischia di minare la qualità dell’assistenza, accentuare le disuguaglianze tra territori e demotivare il personale che ogni giorno, tra mille difficoltà, tiene in piedi il servizio pubblico. Le soluzioni esterne, quando necessarie, devono essere eccezioni governate con trasparenza, non la nuova normalità. Anche le nuove restrizioni all’attività intramoenia appaiono più come un intervento punitivo verso i professionisti che una soluzione reale al problema delle liste d’attesa. Se non si investe seriamente nel potenziamento del sistema pubblico, aumentando organici, risorse e strutture, ogni tentativo di limitare l’attività intramoenia rischia solo di peggiorare la situazione, riducendo l’accesso alle cure e aggravando la crisi.
Preoccupa, inoltre, la decisione di dirottare risorse dal contratto nazionale per destinarle esclusivamente al comparto emergenza-urgenza. Una scelta che, seppur motivata da esigenze reali, risulta divisiva e rischia di minare la coesione della categoria. Le professionalità vanno valorizzate tutte, senza creare gerarchie o tensioni interne che indeboliscono l’intero sistema. Infine, desta forte perplessità l’approvazione di emendamenti che introducono cambiamenti delicatissimi come l’anticipo nell’uso di farmaci innovativi, senza una chiara valutazione di sostenibilità, o l’innalzamento dell’età pensionabile fino a 72 anni. Scelte che sollevano dubbi sia clinici che organizzativi. Decisioni di questa portata richiedono confronto, trasparenza e dati solidi. Non imposizioni calate dall’alto. L’insieme di queste misure non rafforza il sistema sanitario. Lo rende più fragile. Come sindacato, non possiamo restare spettatori di questo smantellamento. Se il Governo continuerà a ignorare la voce di chi ogni giorno lavora nei reparti, negli ambulatori, nei pronto soccorso, siamo pronti a mettere in campo ogni forma di mobilitazione necessaria. Difendere la sanità pubblica non è una battaglia di categoria. È un dovere civile. Lo dobbiamo ai cittadini, ai pazienti, ai colleghi. Lo dobbiamo al futuro del nostro Paese.