Il nuovo Rapporto della Fondazione per la Sussidiarietà, presentato alla Camera dei Deputati, mette nero su bianco quello che come UIL FPL sosteniamo da tempo: il Servizio Sanitario Nazionale è sotto pressione e a pagarne il prezzo più alto sono i cittadini più fragili e le lavoratrici e i lavoratori che ogni giorno lo mandano avanti.
I numeri sono impietosi: circa 37 miliardi di tagli cumulati tra il 2010 e il 2019, il 9-10% della popolazione che rinuncia alle cure — percentuale che supera il 20% tra le fasce più svantaggiate — e una spesa out-of-pocket delle famiglie al 24%, tra le più alte d’Europa, ben oltre la soglia del 15-20% raccomandata dall’OMS.
Il sistema è sottofinanziato e frammentato. Manca integrazione tra sanitario e sociosanitario, manca continuità assistenziale, mancano i medici di medicina generale. Circa 4 milioni di over 65 non autosufficienti necessitano di maggiore assistenza, oltre 5,5 milioni di anziani vivono soli.
Il Rapporto propone un nuovo patto sociale: più risorse, budget di cura per i pazienti fragili, Case e Ospedali di Comunità funzionanti, un Servizio nazionale per la non autosufficienza e, soprattutto, piani pluriennali di assunzione del personale sanitario con retribuzioni allineate alla media europea, con aumenti stimati del 10-15%.
Come UIL FPL condividiamo la diagnosi, ma rilanciamo: quel “personale sanitario” ha nomi e cognomi. Sono gli infermieri, gli OSS, i professionisti della riabilitazione, della prevenzione, le ostetriche, i tecnici sanitari. Sono le lavoratrici e i lavoratori che garantiscono ogni giorno il diritto alla salute, spesso in condizioni insostenibili.
I numeri della crisi li conosciamo bene, li abbiamo documentati noi stessi. Lo studio UIL sui fabbisogni di personale sanitario evidenzia un sistema prossimo al punto di non ritorno: dal 2026 al 2030 andranno in pensione 66.670 infermieri e 35.600 medici, con un saldo negativo ogni anno di 10.334 unità infermieristiche e 5.287 mediche, perché il numero di chi esce è di gran lunga superiore a quello dei potenziali nuovi assunti. Formiamo appena 3.000 infermieri l’anno a fronte di 13.334 che lasciano il servizio. Gli infermieri oggi in forza nel SSN sono 268.013, con un’età media di 46,9 anni, e il rapporto infermieri per mille abitanti è fermo a 7,8 — nel Servizio Sanitario Nazionale scende a 4,79 — ben sotto gli standard europei. È un’emorragia che svuota reparti, servizi territoriali, RSA.
Senza misure strutturali e lo sblocco dell’imbuto formativo, la carenza di professionisti nella sanità diventerà cronica e irreversibile, a danno diretto del diritto alla salute dei cittadini. Si continua a non togliere il tetto alla spesa del personale sanitario e ad applicare interventi inadeguati che non rispondono ai bisogni strutturali del sistema. I finanziamenti indiscriminati alla sanità privata e il ricorso ai gettonisti non sono soluzioni: creano confusione nei percorsi assistenziali e riducono la qualità delle cure. Va ricordato che la stessa Corte Costituzionale ha ribadito con chiarezza che la spesa sanitaria pubblica non può essere considerata una voce ordinaria di bilancio, soggetta agli stessi vincoli delle altre spese statali. Il diritto alla salute è un diritto fondamentale e inviolabile, e le risorse destinate a garantirlo costituiscono una spesa costituzionalmente necessaria, non comprimibile in nome di esigenze finanziarie. Continuare a trattare la sanità pubblica come un costo tra gli altri significa, nei fatti, negare un principio fondamentale dello Stato democratico e dell’articolo 32 della Costituzione.
Servono assunzioni stabili, una valorizzazione economica e professionale reale e condizioni di lavoro che restituiscano dignità e sostenibilità al lavoro sanitario. Non può esistere una sanità pubblica forte senza lavoro di qualità.